giovedì 23 febbraio 2012

Proposta di lettura

Linee di fuga

Architettura, teoria, politica





Tutti gli altri animali abitano regioni specifiche del pianeta, l'uomo le abita invece tutte: la sua ubiquità significa non che gli umani hanno la Terra intera come habitat naturale, piuttosto che mancano di un habitat proprio. Significa che la Terra era per l'uomo tutta inabitabile e solo le tecniche gli hanno permesso di sopravvivere, ma anche che, poiché nessuna parte del pianeta era “adatta per natura” all'uomo, questi poteva – grazie alle tecniche – adattarle e appropriarle tutte. L'antropopoiesi cioè – la teoria dell'autopoiesi dell'umano attraverso la cultura, del suo farsi sopperendo con le tecniche alla mancanza di zanne e peli – è anche teoria dell'autocostruzione umana dell'habitat. L'antropopoiesi è creazione di ambienti, di nicchie ecologiche. L'antropopoiesi è oikopoiesi: seguendo la genealogia delle parole (eco ← oikos), è letteralmente “costruzione di casa”. L'essere dell'uomo si è definito attraverso la costruzione del suo abitare, del suo creare habitat, del suo dominio – attraverso le tecniche – sull'ambiente da adattare a sé. L'homo sapiens sapiens è un architetto del reale.

 
Architettura
È l'etimologia stessa a suggerircelo. Architetto è colui che detiene l'arché, il principio dell'autorità, del comando sulla téchne, sulle tecniche. Egli è anche l'archós tôn technôn, quello che guida i technìtes, colui che dirige quelli che applicano le tecniche. Il comando organizzativo sulla téchne, suggerisce però Assennato, è anche l'ambito della politica. Anche la politica è antropopoiesi e oikopoiesi, crea habitat, è dominio – attraverso le tecniche – sull'ambiente.
Architettura e politica diventano così l'ossatura di questo volume, nella loro stridente, solo apparentemente irrimediabile, differenza. É un progetto difficile fare dialogare teoricamente e in maniera esplicita – come si fa in questo volume – architettura e politica, un progetto molto ambizioso, tutto fondato su un'intuizione luminosa: progetto è termine tanto politico quanto architettonico. Il progetto politico ha le stesse ambizioni del progetto architettonico, spesso le stesse deludenti realizzazioni. In questo legame teorico, l'architettura abbraccia il mondo nella sua materialità, dagli edifici ai deserti, dai monti alle piattaforme petrolifere, si occupa cioè di tutte le forme del territorio. Unificate però dalla pianificazione: urbanistica, politica, economica... Ambito per eccellenza di questa pianificazione è la città, forma del territorio architettonica come nessuna altra. La città è luogo denso di architettura, così come di politica. Tanto che Derrida si chiede: si può pensare l'architettura senza un legame essenziale con la città, e quindi con la cittadinanza, cioè fuori da un contesto etico-politico?
 
Politica
Basta fare una passeggiata al quartiere Zen di Palermo per rendersi conto che gli architetti fanno politica e che ogni politica produce le sue architetture. È la città che produce politiche e architetture: come ad Atene l'agorà e la democrazia, nella capitale del Regno il fascismo e il Palazzo della Civiltà del Lavoro, ad Agrigento la D.C. e il viadotto Morandi nella Valle dei Templi... Ma il discorso di Assennato è di livello più elevato. Erede della tradizione delle città anseatiche che forgiarono il motto “l’aria della città rende liberi”, riprende la concezione agonistica della politica proposta da Rancière: “la politica è sinonimo della potenza democratica; la polizia le si oppone come cristallizzazione, limitazione, arte della gestione; il politico è luogo in cui si affrontano i due principi della politica e della polizia, sistema di forme nelle quali l'una si trova annodata all'altra” (p. 28). La città è cioè il luogo, l'architettura, dentro la quale la potenza democratica si contrappone alla “polizia”.
Accogliendo poi la lezione di Negri, per Assennato “la democrazia […] non è né una forma di governo, né uno stile di vita sociale, quanto piuttosto una potenza che attraversa conflittualmente ogni forma di potere, un modo di soggettivazione attraverso cui esistono le soggettività politiche” (p. 27). La metropoli viene quindi individuata come luogo della soggettivazione per eccellenza, in particolare della soggettivazione politica.
La metropoli, ambito ad altissima densità di concretizzazione architettonica, è cioè il campo d'azione conflittuale tanto della democrazia quanto della soggettivazione.
Qui è il nodo politico centrale dell'argomentazione. Qui è forse possibile trovare pure un limite a questo libro: il suo concentrarsi sulla città pianificata, sulla metropoli occidentale.
ImageGli architetti hanno infatti prodotto e studiato la città pianificata, e possono analizzare persino lo sprawl, la disordinata crescita della periferia americana, l'entropia urbana cui Assennato si riferisce commentando lo junkspace di Koolhas. Ma non riescono a mio avviso a leggere lo slum, il primato della città informale e spontanea. Simbolo della metropoli non sono più le vertigini verticali di grattacieli dalle superfici a specchio ma un opaco sviluppo orizzontale di lamiere e materiale di risulta, non più le linee geometrice del progettista ma le caotiche pratiche abitative e le improvvisate vite quotidiane dei poveri. La metropoli segna cioè oggi il tramonto tendenziale di quell'arché, di una direzione/guida sulle tecniche, e l'autonomizzazione anarchica dei technìtes.
Il prendere le mosse dalla teoria architettonica (interessantissime le pagine sulle posizioni teoriche di Le Corbusier, Gregotti, Cacciari, La Cecla...) esclude quindi dallo sguardo le caotiche metropoli non occidentali, costruite di materiale di scarto a partire da un individualistico impeto architettonico, oikopoietico, dei suoi disperati abitanti. L'argomentazione fa insomma venir voglia al lettore di guardare al mondo da una “scala” diversa, e non occidentale, forzando il saggio che si concentra – in maniera dichiarata e onesta – su una “scala” precisa, quella della metropoli occidentale. Corretta dal punto di vista epistemologico è la scelta del saggio di limitarsi a un preciso ambito temporale: la modernità. Che in realtà non è propriamente un ambito temporale, piuttosto un ambito teorico, dai confini sfumati e di difficile definizione. È questo il piano teorico evocato dal sottotitolo, tra architettura e politica, a fare da ponte agli altri due termini.
 
Modernità
Il vero oggetto del libro è il “carattere inconcluso e forse inconcludibile della modernità”, afferma Franco “Bifo” Berardi (p. 147) nel testo che conclude il volume. La discussione sul legame tra architettura e politica è infatti interna al tempo della modernità, con le sue grandi narrazioni, con l'inclusione delle masse nella storia della cittadinanza, con le sue sorti magnifiche e storicisticamente progressive, ma anche con i suoi domini coloniali e i suoi sfruttamenti capitalistici. Si chiede allora Assennato: “in che modo i moderni hanno partecipato al progetto di dominio della ragione tecnica sulla vita e del capitale sul lavoro? L'ipotesi che proponiamo è che lo abbiano fatto inserendo nel cuore delle loro teorie alcune contromosse concettuali per depotenziare quel progetto di dominio. […] Le contromosse riguardano essenzialmente due questioni, seppure declinate in molte e differenti linee di fuga [da qui il titolo del volume]: l'idea che la tecnica sia necessaria ma non sufficiente e la distinzione tra utile e razionale” (64-5). Sono contromosse deboli, tentativi ingenui e velleitari, destinati alla sconfitta. Tanto che il naufragio del progetto moderno si lega alla crisi di questo programma teorico: estetica architettonica e pianificazione politica si svuotano di senso e restano pura ideologia, “gli architetti, dopo aver partecipato al processo capitalistico, si provano ad imporgli una battuta d'arresto, perdendo la contesa” (p. 71). Come gli intellettuali in generale, verrebbe da dire. Il fallimento del tentativo di indirizzare attraverso un progetto quella téchne ormai pienamente intenzionata dal capitale, rende semplicemente evidente il fallimento di tutti gli intellettuali che si sono illusi di cavalcare la tigre che li teneva al guinzaglio, che si potesse mangiare dal suo piatto e al contempo sputarvi dentro aristocraticamente.
Da questo riconoscimento del fallimento del progetto moderno nasce allora un invito alla lotta, alla critica della contraddittorietà inevitabile tra il lavoro intellettuale e le condizioni materiali del conflitto politico: come scrive l'autore, all'intellettuale/tecnico (rappresentato per eccellenza dall'Architetto, figura simbolo dell'intellettuale postfordista, irrimediabilmente e inevitabilmente compromesso con la tecnica e col capitale) non può bastare la denuncia, il gesto estetico, l'ironia. Il tempo postmoderno vede la dissoluzione dell'ideologia del piano, così come della retorica della testimonianza, della speranza del saggio consigliere del principe.
Ma questo forse non è un male: il postmoderno è contraddittorio – progressivo e reazionario, radicale e opprimente – ma in questa contraddittorietà costitutiva bisogna immergersi.
Come ha scritto Assennato sulla scorta di Harvey, il postmoderno esprime sia la preoccupazione per la differenza, per la complessità, le culture, i luoghi, i metalinguaggi e le metateorie, le molteplici forme della diversità che emergono nelle differenze di soggettività, sia la riduzione di tutto al consumo e al mercato, una nuova linea di subordinazione, incapace di vedere quanto le metanarrazioni moderne fossero invero aperte e problematiche (p. 75). Nessuna nostalgia quindi ma una chiamata ad affrontare le sfide di tutti i nostri “post”, a partire dall'onesto riconoscimento della difficoltà del compito e della povertà dei nostri attuali mezzi teorici. Solo alcune indicazioni: forse è a partire da parole come general intellect e comune che bisogna prendere le mosse per pensare l'architettura del nostro futuro, la politica della nostra futura oikopoiesi. Nessuna risposta ancora, ma molte suggestioni, che nascono dall'accostare cose eterogenee come politica e architettura, facendo sprigionare dal loro sfregamento sguardi inediti, originali, nuove linee di fuga, architettura di ogni prospettiva, nello spazio (dopo Giotto) e nella nostra futura politica postmoderna.

Giuseppe Burgio

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