Linee di fuga
Architettura, teoria, politica
Tutti gli altri animali abitano regioni specifiche del pianeta, l'uomo le abita invece tutte: la sua ubiquità significa non che gli umani hanno la Terra intera come habitat naturale, piuttosto che mancano di un habitat proprio. Significa che la Terra era per l'uomo tutta inabitabile e solo le tecniche gli hanno permesso di sopravvivere, ma anche che, poiché nessuna parte del pianeta era “adatta per natura” all'uomo, questi poteva – grazie alle tecniche – adattarle e appropriarle tutte. L'antropopoiesi cioè – la teoria dell'autopoiesi dell'umano attraverso la cultura, del suo farsi sopperendo con le tecniche alla mancanza di zanne e peli – è anche teoria dell'autocostruzione umana dell'habitat. L'antropopoiesi è creazione di ambienti, di nicchie ecologiche. L'antropopoiesi è oikopoiesi: seguendo la genealogia delle parole (eco ← oikos), è letteralmente “costruzione di casa”. L'essere dell'uomo si è definito attraverso la costruzione del suo abitare, del suo creare habitat, del suo dominio – attraverso le tecniche – sull'ambiente da adattare a sé. L'homo sapiens sapiens è un architetto del reale.
Architettura
È l'etimologia stessa a suggerircelo. Architetto è colui che detiene l'arché, il principio dell'autorità, del comando sulla téchne,
sulle tecniche. Egli è anche l'archós tôn technôn, quello che guida i
technìtes, colui che dirige quelli che applicano le tecniche. Il comando
organizzativo sulla téchne, suggerisce però Assennato, è anche l'ambito della politica. Anche la politica è antropopoiesi e oikopoiesi, crea habitat, è dominio – attraverso le tecniche – sull'ambiente.
Architettura e politica diventano così l'ossatura di questo volume,
nella loro stridente, solo apparentemente irrimediabile, differenza. É
un progetto difficile fare dialogare teoricamente e in maniera esplicita
– come si fa in questo volume – architettura e politica, un progetto
molto ambizioso, tutto fondato su un'intuizione luminosa: progetto è
termine tanto politico quanto architettonico. Il progetto politico ha le
stesse ambizioni del progetto architettonico, spesso le stesse
deludenti realizzazioni. In questo legame teorico, l'architettura
abbraccia il mondo nella sua materialità, dagli edifici ai deserti, dai
monti alle piattaforme petrolifere, si occupa cioè di tutte le forme del
territorio. Unificate però dalla pianificazione: urbanistica, politica,
economica... Ambito per eccellenza di questa pianificazione è la città,
forma del territorio architettonica come nessuna altra. La città è
luogo denso di architettura, così come di politica. Tanto che Derrida si
chiede: si può pensare l'architettura senza un legame essenziale con la
città, e quindi con la cittadinanza, cioè fuori da un contesto
etico-politico?
Politica
Basta fare una passeggiata al quartiere Zen di Palermo per rendersi
conto che gli architetti fanno politica e che ogni politica produce le
sue architetture. È la città che produce politiche e architetture: come
ad Atene l'agorà e la democrazia, nella capitale del Regno il fascismo e
il Palazzo della Civiltà del Lavoro, ad Agrigento la D.C. e il viadotto
Morandi nella Valle dei Templi... Ma il discorso di Assennato è di
livello più elevato. Erede della tradizione delle città anseatiche che
forgiarono il motto “l’aria della città rende liberi”, riprende la
concezione agonistica della politica proposta da Rancière: “la politica è
sinonimo della potenza democratica; la polizia le si oppone come
cristallizzazione, limitazione, arte della gestione; il politico è luogo
in cui si affrontano i due principi della politica e della polizia,
sistema di forme nelle quali l'una si trova annodata all'altra” (p. 28).
La città è cioè il luogo, l'architettura, dentro la quale la potenza
democratica si contrappone alla “polizia”.
Accogliendo poi la lezione di Negri, per Assennato “la democrazia […]
non è né una forma di governo, né uno stile di vita sociale, quanto
piuttosto una potenza che attraversa conflittualmente ogni forma di
potere, un modo di soggettivazione attraverso cui esistono le
soggettività politiche” (p. 27). La metropoli viene quindi individuata
come luogo della soggettivazione per eccellenza, in particolare della
soggettivazione politica.
La metropoli, ambito ad altissima densità di concretizzazione
architettonica, è cioè il campo d'azione conflittuale tanto della
democrazia quanto della soggettivazione.
Qui è il nodo politico centrale dell'argomentazione. Qui è forse
possibile trovare pure un limite a questo libro: il suo concentrarsi
sulla città pianificata, sulla metropoli occidentale.
Il prendere le mosse dalla teoria architettonica (interessantissime le pagine sulle posizioni teoriche di Le Corbusier, Gregotti, Cacciari, La Cecla...)
esclude quindi dallo sguardo le caotiche metropoli non occidentali,
costruite di materiale di scarto a partire da un individualistico impeto
architettonico, oikopoietico, dei suoi disperati abitanti.
L'argomentazione fa insomma venir voglia al lettore di guardare al mondo
da una “scala” diversa, e non occidentale, forzando il saggio che si
concentra – in maniera dichiarata e onesta – su una “scala” precisa,
quella della metropoli occidentale. Corretta dal punto di vista
epistemologico è la scelta del saggio di limitarsi a un preciso ambito
temporale: la modernità. Che in realtà non è propriamente un ambito
temporale, piuttosto un ambito teorico, dai confini sfumati e di
difficile definizione. È questo il piano teorico evocato dal
sottotitolo, tra architettura e politica, a fare da ponte agli altri due
termini.
Modernità
Il vero oggetto del libro è il “carattere inconcluso e forse inconcludibile della modernità”, afferma Franco “Bifo” Berardi
(p. 147) nel testo che conclude il volume. La discussione sul legame
tra architettura e politica è infatti interna al tempo della modernità,
con le sue grandi narrazioni, con l'inclusione delle masse nella storia
della cittadinanza, con le sue sorti magnifiche e storicisticamente
progressive, ma anche con i suoi domini coloniali e i suoi sfruttamenti
capitalistici. Si chiede allora Assennato: “in che modo i moderni hanno
partecipato al progetto di dominio della ragione tecnica sulla vita e
del capitale sul lavoro? L'ipotesi che proponiamo è che lo abbiano fatto
inserendo nel cuore delle loro teorie alcune contromosse concettuali
per depotenziare quel progetto di dominio. […] Le contromosse riguardano
essenzialmente due questioni, seppure declinate in molte e differenti
linee di fuga [da qui il titolo del volume]: l'idea che la tecnica sia
necessaria ma non sufficiente e la distinzione tra utile e razionale”
(64-5). Sono contromosse deboli, tentativi ingenui e velleitari,
destinati alla sconfitta. Tanto che il naufragio del progetto moderno si
lega alla crisi di questo programma teorico: estetica architettonica e
pianificazione politica si svuotano di senso e restano pura ideologia,
“gli architetti, dopo aver partecipato al processo capitalistico, si
provano ad imporgli una battuta d'arresto, perdendo la contesa” (p. 71).
Come gli intellettuali in generale, verrebbe da dire. Il fallimento del
tentativo di indirizzare attraverso un progetto quella téchne
ormai pienamente intenzionata dal capitale, rende semplicemente evidente
il fallimento di tutti gli intellettuali che si sono illusi di
cavalcare la tigre che li teneva al guinzaglio, che si potesse mangiare
dal suo piatto e al contempo sputarvi dentro aristocraticamente.
Da questo riconoscimento del fallimento del progetto moderno nasce
allora un invito alla lotta, alla critica della contraddittorietà
inevitabile tra il lavoro intellettuale e le condizioni materiali del
conflitto politico: come scrive l'autore, all'intellettuale/tecnico
(rappresentato per eccellenza dall'Architetto, figura simbolo
dell'intellettuale postfordista, irrimediabilmente e inevitabilmente
compromesso con la tecnica e col capitale) non può bastare la denuncia,
il gesto estetico, l'ironia. Il tempo postmoderno vede la dissoluzione
dell'ideologia del piano, così come della retorica della testimonianza,
della speranza del saggio consigliere del principe.
Ma questo forse non è un male: il postmoderno è contraddittorio –
progressivo e reazionario, radicale e opprimente – ma in questa
contraddittorietà costitutiva bisogna immergersi.
Come ha scritto Assennato sulla scorta di Harvey, il postmoderno
esprime sia la preoccupazione per la differenza, per la complessità, le
culture, i luoghi, i metalinguaggi e le metateorie, le molteplici forme
della diversità che emergono nelle differenze di soggettività, sia la
riduzione di tutto al consumo e al mercato, una nuova linea di
subordinazione, incapace di vedere quanto le metanarrazioni moderne
fossero invero aperte e problematiche (p. 75). Nessuna nostalgia quindi
ma una chiamata ad affrontare le sfide di tutti i nostri “post”, a
partire dall'onesto riconoscimento della difficoltà del compito e della
povertà dei nostri attuali mezzi teorici. Solo alcune indicazioni: forse
è a partire da parole come general intellect e comune che
bisogna prendere le mosse per pensare l'architettura del nostro futuro,
la politica della nostra futura oikopoiesi. Nessuna risposta ancora, ma
molte suggestioni, che nascono dall'accostare cose eterogenee come
politica e architettura, facendo sprigionare dal loro sfregamento
sguardi inediti, originali, nuove linee di fuga, architettura di ogni
prospettiva, nello spazio (dopo Giotto) e nella nostra futura politica
postmoderna.
Giuseppe Burgio

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