CONOSCENZA, CULTURA, COMPETENZA (tratto da furiacervelli.blogspot.com)
Sergio Bologna
Come difendere il valore del lavoro intellettuale e creativo: un contributo alla discussione
Roma, domenica 11 marzo, alle ore 20, questo intervento aprirà l'assemblea "Il lavoro culturale: la bandella della Magliana", un incontro con le reti e i movimenti della conoscenza organizzato nell'ambito del festival "Libri Come", 8-11 marzo, all'Auditorium-Parco della Musica. Venerdì 9 e sabato 10, alla stessa ora, si svolgeranno le assemblee "0,60 a cartella" e La cassa delle letterature" , un punto sul lavoro culturale oggi, in Italia
***
Dovessi raffigurarmi il paradiso me lo immaginerei come una biblioteca (H. Müller)
A
Roma il moto di rivolta dei lavoratori della cultura, dello spettacolo,
dei media, è partito col piede giusto. I simboli contano. E’ cominciato
da una biblioteca, dalla Biblioteca Nazionale. Non importa se allora la
protesta è riuscita o meno, ma aver scelto una biblioteca come punto di
partenza ha avuto il potere di evocare valori universali e
contraddizioni importanti della nostra epoca. Cosa viene in mente a
sentir dire “biblioteca”, oltre a servizio pubblico, bene comune? Provo a
elencare alcune parole-chiave.
Conservazione della memoria, ricerca, silenzio, palestra della mente.
Difficile
stabilire una gerarchia, ma conservare la memoria è una funzione
essenziale, un cardine della civiltà, la metterei al primo posto. La
Biblioteca è il luogo dove sono custoditi, salvati, i documenti con i
quali si può visitare il passato e dunque conoscere meglio il presente.
Senza biblioteche non c’è storia, senza storia non c’è cultura. Sono
luoghi che resistono alla cancellazione permanente insita nel nostro
modo di vita.
Ricerca, paziente, ostinata, che avanza passo dopo passo – l’opposto della frettolosa ricerca via Internet.
Educazione
della mente, non performance. Riflessione, non prestazione. Ultimo
luogo pubblico dove trovi quel bene prezioso, sempre più raro, che è il
silenzio.
In una biblioteca non c’è il vuoto degli spazi pubblici inutili, tanto cari agli architetti di certi musei o gallerie d’arte.
1.
Il tema di questo dibattito è: lavoro culturale e le sue condizioni di
mercato. Come deve ragionare il lavoro culturale per migliorare le sue
condizioni, il suo status? O meglio, come dovrebbe ragionare? Le
considerazioni che seguono intendono portare un contributo in tal senso.
C’è
stato un tempo, quello nel quale si è formata e consumata la mia
generazione, durante il quale la condizione del lavoro culturale si
giocava sul discrimine tra cultura alta e cultura bassa, cultura di
classe e cultura proletaria. Questo tempo è passato – per fortuna forse -
ma nel mio modo di pensare di esso è rimasto un residuo da cui non
intendo – o forse non posso - sbarazzarmi. Di che si tratta? Della
convinzione che la cultura è conflitto sociale, se proprio non ci
piace il termine conflitto, è pur sempre prodotto di un qualcosa che
nella società si muove, cambia, si trasforma. Nel bene o nel male.
Non può esserci cultura dove la storia si è fermata, dove tutto tace.
Può essere esplicitato o meno questo rapporto, può esserci cultura che
nasce da un piccolo tornante della storia e lo ignora, ma
consapevolmente. Cultura senza interlocutori, avversari, referenti, non
esiste. Cultura autoreferenziale non è cultura.
2.
Ma questo tipo di cultura, che è il prodotto di una trasformazione
sociale, nasce sempre dal volontariato. E’ un grosso scoglio, questo,
perché è difficile affrontare la condizione economica del lavoro
culturale oggi senza riflettere sul senso del nostro volontariato. Come
possiamo parlare di tariffe se prima non risolviamo il problema del
volontariato? Il nostro volontariato non è riconosciuto come tale,
non ha la legittimazione sociale di cui godono i volontariati che si
occupano d’infanzia abbandonata o di epidemie. Non rientra nella categoria.
Abbiamo
fondato riviste, raccolto una cerchia di collaboratori, organizzato le
riunioni di redazione, inseguito gli autori per la consegna dei pezzi,
suggerito gli indici, ce le siamo scritte, le abbiamo portate in
tipografia, ce le siamo distribuite, ce le siamo pagate, siamo andati in
giro a presentarle, ci abbiamo rimesso i soldi che servivano per
l’affitto di casa, tanti studenti le hanno prese in mano, sono venute
fuori idee per la tesi, hanno cominciato a guardare la loro disciplina
in altro modo…. Perché il nostro volontariato non ce lo riconosce
nessuno? Perché un tale che raccoglie offerte per la lotta contro la
psoriasi è riconosciuto come volontario e noi no?
“Perché quello fa una cosa che serve” – mi si risponde – “voi fate quello che vi piace”.
Non
pretendo che mi si dica che il mio lavoro ha un’utilità sociale, mi
accontento che mi si iscriva nella lista del volontariato. Avremo
diritto a qualche agevolazione. Questo è un punto da approfondire,
magari diventa una rivendicazione.
3.
Rapporto di lavoro, contratto, retribuzione. E qui c’è la dannazione
del lavoro intellettuale a mettere i bastoni tra le ruote. Nel lavoro
intellettuale non c’è mai l’alienazione totale, quella che dava
all’operaio massa il senso di estraneità assoluta verso il suo prodotto e
gli apriva il cervello, lo predisponeva al conflitto, una volta
superata la paura e calcolato i rischi. Il lavoro intellettuale non
riesce a raggiungere il distacco completo dal suo prodotto,
quell’alienazione totale che permette di capire come funziona il mondo.
Nel prodotto ci mette una parte, sia pure piccola, di se stesso,
pertanto gli riesce difficile odiarlo, guardarlo con occhio estraneo.
Parlo del prodotto, non del mestiere. L’orgoglio di mestiere è altra
cosa.
Il
lavoratore intellettuale, anche se assunto a tempo indeterminato,
raramente riesce a costruire un fronte di lotta collettivo, è più
probabile che negozi da solo la sua posizione. Il precariato oggi ha
reso la negoziazione individuale un fenomeno strutturale. Pertanto
riuscire a costruire battaglie collettive è un grande compito, assai
difficile. C’è da chiedersi però se partire dal prodotto, dalla prestazione, sia la strada più percorribile.
Io penso che le due condizioni, quella del volontariato e quella
dell’insufficiente estraneazione, sono dei lacci che legano le mani al
lavoro intellettuale nel concepire il conflitto inteso come premessa di
un negoziato con la controparte. Perciò proverei ad arrivarci per
un’altra strada.
4.
Il volontariato che produce cultura come attività extramercato è il
vero lavoro di conoscenza, mentre la prestazione conto terzi è cessione
di competenza. Proviamo a scindere conoscenza e competenza,
un’operazione arbitraria, però proviamo a farlo per chiarire meglio
questo passaggio. Ho difficoltà a immaginare un lavoro di conoscenza
retribuito o meglio, retribuito per il suo valore. Perciò mi riesce
difficile toglierlo dalla sfera del volontariato. Il lavoro
intellettuale retribuito è cessione a titolo oneroso di competenze, non è
lavoro di conoscenza, tant’è vero che dopo avere fornito servizi
competenti non ci sentiamo per niente arricchiti del nostro bagaglio di
conoscenze. Abbiamo arricchito il nostro savoir faire, è una cosa
diversa, ci siamo meglio attrezzati per erogare lo stesso servizio con
minore sforzo, così come l’operaio dopo avere ripetuto lo stesso
movimento per cento volte impara a farlo in modo da strappare del tempo
per una sigaretta a parità di output. Ma questa situazione che è tipica
dello skill non rientra nella sfera del lavoro di conoscenza che
per sua natura è un lavoro extramercato, svincolato da un prodotto
specifico o anche dal “produrre”, è molto più legato all’”inventare”,
all’”innovare”, a rompere gli schemi, a “liberare” e a liberarci.
Conoscenza e libertà sono due termini inscindibili, che si possono
esprimere anche con una sola espressione “libertà di pensiero”, qualcosa
che rimanda all’infinito.
Lo skill
invece è sempre circoscritto a qualcosa di finito e quasi di cogente
com’è caratteristico di tutte le attività di prestazione conto terzi, ha
libertà limitata, è strumentale a un rapporto di dipendenza. Inoltre,
la sfera della conoscenza non è mai “specialistica” mentre la competenza
deve esserlo.
5.
La conoscenza quindi è innervata nella trasformazione sociale ed è per
sua natura incompatibile con una mercificazione, non rientra nel
classico ciclo marxiano denaro-merce-denaro, è un prodotto del
volontariato. Parlare di “lavoro di conoscenza” pertanto non è del tutto
corretto, il termine “lavoro” dovrebbe sempre essere associato all’idea del lavoro come merce scambiabile con denaro. Negli
ultimi anni si è spesso sentito dire e scrivere: il nostro lavoro non è
una merce! Chi ha detto e scritto così pensava forse di difendere la
dignità del lavoro, l’intenzione era buona, io penso invece che si debba
dire “il mio lavoro è merce, è quello che mi consente uno scambio
monetario con cui sopravvivo, scambio che debbo cercare di migliorare a
mio favore con il negoziato o con il conflitto”. Distinguendo nettamente
l’attività di cessione di competenze a terzi dal volontariato proprio
del lavoro di conoscenza.
Se
dobbiamo parlare della condizione socio-economica del lavoro culturale
oggi, dobbiamo focalizzare il discorso sulla creazione e lo scambio di
competenze, il lavoro di conoscenza per ora mettiamolo da parte.
6.
Creazione di competenze allora, qui entra subito in gioco il discorso
sull’università. L’università fornisce competenze non conoscenza.
L’ordinamento universitario, essendo sempre più specialistico e
compartimentato, non contribuisce a creare conoscenza né cultura come
trasformazione sociale. Quindici anni fa, quando abbiamo iniziato a
sistematizzare il discorso sul lavoro autonomo, abbiamo avuto necessità
di creare una “Libera Università”, recuperando il significato originario
del termine universitas, comunità di persone animate dagli
stessi interessi. L’innovazione di pensiero oggi deve liberarsi della
macchina universitaria. Oggi è impossibile avere libertà di pensiero nel format della produzione accademica.
Dall’economia alla sociologia, alla filosofia, alla letteratura, nelle
scienze umane in generale, il format del prodotto accademico è concepito
con lo scopo di legittimare la macchina esistente, è un meccanismo
autoreferenziale.
7.
Dicevamo che l’università fornisce competenze non conoscenza. Però
comincio a dubitare che questa macchina sia ancora in grado di fornire
competenze. Sicuramente non è in grado di fornire le competenze richieste dal mercato.
Non è un problema da poco e poi: come si fa a stabilire se è inadeguata
la domanda o l’offerta? Dovremmo dire che è un rapporto di forza, a
comandare è la domanda. Qui entriamo nella sfera del mercato del lavoro.
Gli studi universitari sono un investimento che l’individuo fa per
poter entrare nel mercato del lavoro con probabilità di accedere al suo
segmento meno povero. Quindi studia per poter acquisire quelle
competenze che gli consentono uno scambio favorevole. In genere pensa al
mercato del lavoro del paese dov’è nato, quindi inquadra le sue
aspettative in un contesto socio-economico specifico. Come si configura
questo contesto oggi in Italia? Non è la sede per fare un’analisi della
situazione italiana del mercato del lavoro. Però due numeri, due,
potrebbero aiutarci a chiarire meglio il nostro discorso. Sintetizzando
al massimo diciamo che il mercato del lavoro si suddivide in due
macrosegmenti: il mercato della P.A., dell’impiego pubblico o
dell’impiego creato da risorse pubbliche, e il mercato dell’impresa
(pubblica o privata non fa problema). Nel primo caso il capitale è dato
da trasferimenti, nel secondo da profitti.
8.
Il primo è controllato direttamente o indirettamente dalla politica.
Per quanta autonomia un funzionario della P.A. possa conquistarsi nei
confronti della politica, alla fine questa finisce per prevalere nelle
scelte e nell’allocazione delle risorse. Basta pensare proprio al
settore della cultura.
Questa situazione produce come effetto la caduta di valore delle competenze, sostituite da altri criteri di scelta del candidato.
Come
fare per rimediare a questa situazione? In particolare il lavoro
culturale, come fa a conquistare una posizione di maggior potere
negoziale con la P.A. se le competenze del singolo, i suoi skill valgono
poco o non valgono? (Pensiamo quante volte siamo caduti nell’illusione
che presentando un bel progetto, innovativo, avremmo ottenuto un
finanziamento!).
Singolarmente
si ottiene ben poco, occorre per forza porsi come forza collettiva nel
negoziato, occorre costituirsi come soggetto pubblico, come lobby. Ma
prima ancora occorre rendere possibile il negoziato costringendo la
P.A. a discutere pubblicamente e preventivamente la politica culturale
che intende perseguire e la distribuzione delle risorse tra i vari
progetti, quella cosa che va sotto il nome di “bilancio pubblico
partecipato”. Mi sembra che qualcosa in questa direzione a Roma lo
stiate facendo. Alle forze politiche con le quali possiamo dialogare
dobbiamo porre questa rivendicazione come scambio politico. Un
suggerimento che posso dare è quello di leggere le scelte di politica
della cultura all’interno dell’”economia dell’evento” non perché questo è
il modo di fare buona cultura ma perché questo è il modo in cui il
sistema capitalistico oggi fa cultura, cioè come una leva per mettere in
moto risorse che toccano diversi settori della vita economica, dal
turismo al mondo assicurativo, senza trascurare un consistente settore
artigianale-operaio. Il capitalismo ha creato una filiera e qui sta la sua forza, per contrastarlo o condizionarlo dobbiamo ripercorrere la filiera, decostruirla
(rimando al nostro libro “Vita da freelance”, al capitolo sull’economia
dell’evento). Per non parlare del problema della partecipazione del
capitale privato alla politica della cultura, le cosiddette
sponsorizzazioni. Non sono quasi mai concepite come contributo al bene
pubblico ma come contributo all’immagine aziendale. Si dovrebbe
prenderne di mira qualcuna che finanzia i soliti obbrobri e colpire
l’immagine dell’azienda, un po’ nello stile del movimento no logo.
Costituendoci
in soggetto pubblico possiamo migliorare la condizione di mercato delle
nostre competenze, ne riportiamo il valore su livelli accettabili, ma
per far questo occorre tanto lavoro di conoscenza, tanto volontariato.
Da soli, individualmente, anche se dotati di competenze relazionali, per
così dire, non riusciremmo a migliorare la nostra posizione negoziale.
9.
Due numeri sul macrosegmento dell’impresa in generale. In Italia
l’impresa da parecchi anni non crea posti di lavoro più di quanti ne
distrugga e quei pochi che crea sono, come sappiamo, per l’80% a
termine. E se crea posti di lavoro, lo fa prevalentemente in settori
stagionali o in progetti a termine (il turismo e l’edilizia sono i più
caratteristici di questi). Gli imprenditori dicono che in Italia non si
può lavorare, eppure i numeri ci dicono il contrario. Dall’indagine
Mediobanca-Unioncamere sulle imprese italiane 2009-2010.
Dalla
prima tabella, Indici di sviluppo complessivi, si vede chiaramente che
anche nell’ultimo quinquennio, sebbene i fatturati non siano stati
insoddisfacenti, è diminuita la forza lavoro. Il fatturato certo non
conta molto, sono gli utili che contano. Dalla seconda tabella,
Struttura dei conti economici, dall’ultima riga – segnata con la freccia
rossa - si può vedere che anche negli anni della crisi, negli anni
peggiori, gli utili non si sono azzerati, anzi, e negli anni precedenti
sono stati migliori. Non si può continuare a dire che in Italia
un’impresa moderna non può lavorare perché i dipendenti costano troppo o
che in Italia a fare impresa ci si perde. Quelli che così parlano
pensino invece ad investire nelle loro aziende. L’aspetto veramente
sconcertante del capitalismo italiano emerge infatti dalla tabella
seguente.
E’
la settima riga quella sulla quale voglio richiamare l’attenzione –
segnata con la freccia rossa. L’apporto di capitale da parte degli
azionisti delle imprese si è ridotto in maniera drammatica. I nostri
capitalisti, tranne in alcune medie imprese, non hanno investito, non
hanno reinvestito, sono stati i primi a non credere nelle loro aziende,
hanno approfittato di un credito a buon mercato, hanno dirottato i
profitti su altri settori (immobiliare soprattutto, prodotti finanziari)
o li hanno esportati. L’altra ragione per la quale gli azionisti non
hanno investito nelle loro imprese è dovuta ai meccanismi della
finanziarizzazione. Chi investe come venture capital dopo tre
anni se ne esce dall’impresa con un profitto e lo investe altrove. La
Germania oggi ha una situazione economica buona, la disoccupazione è ai
minimi perché le aziende tedesche hanno reinvestito anche negli anni
della crisi. Molte, a migliaia, sono tornate dall’estero, soprattutto
dai paesi dell’est, per ritrovare la qualità della forza lavoro. Questo è
anche il risultato di una politica di deregulation del lavoro che dal
2002 ad oggi in Germania ha creato 6 milioni di working poor, situazione
in parte tamponata da un welfare abbastanza solido. Ma in Italia non
è bastata la deregulation, abbiamo gli stessi working poor, non abbiamo
i sussidi per sostenerli, ma la maggior parte del padronato, con un
senso civico piuttosto singolare, i suoi profitti li dirotta altrove,
contribuendo in tal modo alla stagnazione che ci affligge da parecchi
anni. Se ha spostato le aziende all’estero si guarda bene dal
riportarle in Italia. Conclusione: le competenze nel settore controllato
dalla P.A. valgono poco, nel settore controllato dalle imprese restano
inutilizzate oppure vengono prodotte dal sistema universitario in
maniera che non corrisponde alla domanda di mercato.
10.
E’ difficile credere che il governo Monti, con la fase 2, quella delle
politiche di sviluppo, riesca a cambiare questa situazione mediante le
liberalizzazioni oppure mediante la riforma del mercato del lavoro, cioè
riesca a convincere gli azionisti delle imprese a fare il loro dovere.
Pertanto non c’è molto da sperare nella creazione di posti di lavoro da
parte delle imprese. Non hanno investito finora, non lo faranno domani.
Le competenze, ammesso che qui valgano di più che nel mercato
controllato dalla P.A., resteranno in gran parte inutilizzate. Qui
sembra ancora più difficile poter migliorare la situazione, dopo che il
sindacato è diventato un’arma spuntata e spesso anzi contribuisce a
peggiorare la situazione (perché, invece di irrigidirsi sull’art. 18 i
sindacati confederali non si sono irrigiditi sulle norme che possono
migliorare la condizione del precariato e sui sussidi di disoccupazione?
D’altronde è anche singolare che non esista un movimento di massa dei
precari in grado di stringere d’assedio la sede dove le parti sociali
discutono la riforma del lavoro, se non ora quando?). Quando parliamo di
padronato attenti però a generalizzazioni superficiali. Il
capitalismo nostrano, toccati certi limiti di estrazione di plusvalore
dalla forza-lavoro, si organizza sempre più in modo che l’impresa
maggiore possa sfruttare altre imprese minori lungo la catena di
subfornitura. A tutto questo si aggiunge un ciclo dell’economia
mondiale non favorevole, che incide sulla parte più dinamica
dell’impresa italiana, l’esportazione. La somma di queste cose ci porta a
concludere che negli anni prossimi il mercato del lavoro italiano, nel
versante delle imprese, non offrirà ai giovani maggiori o migliori
prospettive di quelle che presenta oggi. Da noi ci sarebbe da aggiungere
come terzo macrosegmento quello dell’economia criminale, che
rappresenta una parte dell’economia sommersa. E’ inutile nascondersi
dietro un dito, le varie mafie in Italia immettono liquidità nel sistema
e sono il terzo datore di lavoro dopo la P.A. e l’impresa.
11. Negli Stati Uniti risulta dagli ultimi dati che il 62% dei nuovi posti di lavoro è prodotto dalle start up, cioè da microimprese nate per iniziativa di qualcuno che si è inventato un lavoro. Può
darsi che la politica keynesiana del futuro non sia quella di costruire
grandi infrastrutture (modello al quale sembrano affezionati ancora i
nostri governanti) ma quello di fornire risorse alle start up.
Ma perché questo sia praticabile occorre una drastica redistribuzione
delle risorse. Negli USA la riduzione delle spese militari è il
passaggio più evidente.
Non
escludo che questa tendenza si manifesti anche in Italia. Già da
parecchi anni è la microimpresa a creare il maggior numero di posti di
lavoro da noi. Ma non si tratta propriamente di start up bensì di
attività prodotte dalla scomposizione e frammentazione del ciclo
produttivo e distributivo esistente, per consentire quel meccanismo di
sfruttamento dell’impresa sull’impresa di cui abbiamo appena parlato, in
parte definito come outsourcing. In pratica in che cosa consiste
questo meccanismo? Nello scaricare rischi e costi sul fornitore, nel
non pagarlo o pagarlo con ritardi drammatici – mentre lui deve pagare i
dipendenti a fine mese, le spese vive, gli interessi alla banca che gli
sconta le fatture e che alla fine non gli concede nemmeno il fido. Ci sono più suicidi di piccoli imprenditori falliti che di operai licenziati.
Quando parliamo di start up pensiamo
istintivamente alle imprese nate negli anni 80 e 90 con la rivoluzione
informatica, pensiamo a Silicon Valley, a un lavoro intellettuale di
alto livello, al quale non possiamo disconoscere il titolo di lavoro di
conoscenza. Sembra però che l’orientamento delle start up americane di oggi vada meno nella direzione del business e più nella direzione dell’Existenzgründung,
come chiamavano i tedeschi il lavoro autonomo qualche decina di anni
fa, tradotto in parole povere, sono un modo per sopravvivere più che un
modo per far quattrini.
12.
Torniamo per un momento al problema del lavoro di conoscenza, senza
dimenticare però che l’oggetto della nostra riflessione non è una nuova
teoria della conoscenza ma un semplice contributo per rispondere alla
domanda: come deve (dovrebbe) ragionare il lavoro culturale per
migliorare la sua condizione socio-economica oggi? Abbiamo detto che il
lavoro di conoscenza è un lavoro extramercato, avente come orizzonte
l’infinito, tutto volontario. Ci riferivamo al lavoro di conoscenza che
produce valori immateriali, archetipi, prototipi mentali, che produce
idee sulle quali si costruisce una mentalità, una capacità di
discernimento, un modo di vivere e di concepire le cose, una filosofia
di vita, un’etica e dunque una politica. Lavoro di conoscenza è quello
che produce valori trasmissibili, riproducibili, idee che possono
servire ad altri. Nel lavoro di conoscenza c’è sempre una tensione,
una spinta sociale, in esso è sempre presente il moto del dono, quindi è
intrinsecamente votato al volontariato.
Ma saremmo ingenui e fuori dal mondo se volessimo isolare totalmente il lavoro di conoscenza dalla natura dell’homo faber. Ricordando Silicon Valley avevamo prima introdotto il discorso sulle start up.
Si è verificato allora il fenomeno di una rivoluzione tecnologica
prodotta da tanti lavori di conoscenza individuali, nati spontaneamente,
che, una volta tradotti in merce, siano essi prodotti materiali o
immateriali oppure servizi, hanno creato modi di vita diversi, in parte
hanno permesso nuovi spazi di comunicazione e di libertà, in parte hanno
creato le premesse per nuove condizioni di schiavitù. Quello che voglio
dire è che questo lavoro di conoscenza ha cambiato il mondo nel bene e
nel male e ha dato al lavoro cognitivo una legittimazione ed un
peso molto rilevanti. Sperare che una stagione simile si ripeta e si
ripeta in Italia non mi sembra il caso, però un lavoro di conoscenza
in grado di produrre progetti sostenibili e attività che consentano
quella sopravvivenza che non sarà più assicurata da una domanda di
lavoro o distorta – nel caso della P.A. – o insufficiente, va
considerato un obiettivo da perseguire tanto importante quanto
l’organizzazione di un conflitto.
13.
Qualcuno potrebbe obbiettare a questo punto che c’è una palese
contraddizione tra la definizione del lavoro di conoscenza volontario
che si misura con l’infinito e il lavoro di conoscenza che produce
merci. Certo che c’è contraddizione ma è la stessa insita nel lavoro
in quanto tale, nel concetto stesso di lavoro, di cui Marx dice che è doppelseitig, ambivalente, portatore di libertà e del suo contrario, dipendenza.
In ogni scelta che noi facciamo è insito un risultato e il suo
rovescio. Quella che nasce come impresa sociale può diventare strumento
di mera accumulazione, la storia del movimento cooperativo lo dimostra. I
rivoluzionari possono diventare i peggiori dittatori. O accettiamo che
questa ambiguità, questa ambivalenza, sia intrinseca ad ogni lavoro di
conoscenza e ad ogni lavoro culturale, oppure ci trasformiamo in
adoratori di una Città del Sole che non verrà mai. Ma questo “realismo”
non ci impedisce di affermare che il lavoro di conoscenza al quale noi ci sentiamo chiamati, per nostra vocazione, per nostra
scelta, è il lavoro che produce valori universali, trasformazione
sociale e sensazione di libertà in chi lo esercita. Dunque volontariato.
14.
Se questa fosse la sua unica qualità, non varrebbe la pena parlarne in
un contesto dove si trattano problemi in ultima istanza “sindacali”. Non
avrebbe senso parlarne qui. Invece credo che abbia senso questo
discorso perché il lavoro di conoscenza al quale ci sentiamo chiamati
per una spinta etico-intellettuale è quello che oggi meglio consente
alla persone di dotarsi delle competenze necessarie a sopravvivere come knowledge worker in una situazione di mercato nella quale, se
dovessimo calibrare la qualità e la tipologia delle competenze sulla
domanda effettiva delle imprese o della P.A., oggi in Italia, finiremmo
solo per ingrossare le fila dei disoccupati o di quei poveretti che se
ne stanno chiusi in casa al computer a spedire curricula a tutto spiano.
Quello che appare lavoro di conoscenza come missione di volontari è in
realtà, tra le altre cose, molto spesso la palestra migliore per dotarsi
di competenze “relazionali”, oggi altrettanto utili quanto le
competenze “tecniche”. I missionari del dono, considerati degli
acchiappanuvole, riescono spesso a dotarsi di competenze spendibili
meglio di tante altre perché non sono frutto di un’istruzione
standardizzata e codificata ma di un’autoformazione.
15.
Concludo con una riflessione che mi è suggerita dall’esperienza che
stiamo facendo nella vita associativa di ACTA (Associazione Consulenti
Terziario Avanzato). La crisi di mercato delle forme di lavoro
dipendente, che ormai è un dato di fatto – ma non è in crisi
l’aspirazione degli individui ad un lavoro retribuito regolarmente – ci
ha portato a indagare con sempre maggiore attenzione le opportunità del
lavoro indipendente o autonomo che dir si voglia. La sua condizione
oggettiva, la sua situazione socio-economica, non è migliorata né nel
nostro Paese né altrove. Ci chiediamo perché, malgrado questo, il lavoro
indipendente continui a crescere soprattutto nelle professioni
intellettuali e creative. Può darsi che sia l’effetto di una situazione
di necessità: trovando sempre meno chi offre lavoro dipendente a
condizioni decenti, si accetta un lavoro autonomo anche a condizioni
difficili o indecenti. Potrebbe essere letto così lo sviluppo delle start up negli USA.
Noi però siamo orientati a vedere le cose da un’altra angolatura.
Parlando con le persone e soprattutto dialogando con tanti freelance
all’estero – il network internazionale è una risorsa indispensabile non
solo ad un’associazione ma a qualsiasi knowledge worker – abbiamo
notato un forte cambiamento nella mentalità dei lavoratori autonomi
delle professioni intellettuali, che sembrano voler uscire
dall’isolamento tipico di chi lavora in proprio per cercare sempre di
più un modo di lavorare in comune, in spazi condivisi. Il fenomeno dei co-working si
sta diffondendo a macchia d’olio nel mondo, sono partiti come una
nicchia del business immobiliare, ma sempre più gli utenti chiedono a
queste strutture la possibilità a) di creare competenze mediante scambio
e integrazione di professionalità diverse, b) di creare community, socialità. Ciò risulta nettamente dall’indagine che è stata fatta in occasione del secondo convegno mondiale del co-working che si è svolto a Berlino nel novembre 2011. Siamo convinti che in futuro questi spazi potranno essere considerati come un servizio sociale.
Farlo entrare nella zucca dei nostri Amministratori di enti locali non
sarebbe una cattiva idea. Altrettanto importante sarebbe far entrare
nella zucca dei nostri governanti l’idea di una politica keynesiana
diversa da quella fondata su grandi opere infrastrutturali e orientata
invece al sostegno delle start up (superando però l’approccio dei
vecchi “incubatori”, che sono nati con l’illusione di creare tante
piccole Silicon Valley). In attesa che la nostra azione sia capace di
ottenere dei risultati su questo piano, direttamente politico, dobbiamo
provvedere noi stessi a realizzare questo cambiamento con lo spirito di
un nuovo mutualismo. La Freelancers Union negli Stati Uniti ci sta
riuscendo, in Europa siamo ancora indietro ma qualche passo avanti si
sta facendo, c’è una spinta “sindacale” e associativa di tipo nuovo.
16. In
Italia la battaglia più difficile è quella contro le vecchie
associazioni, chiuse nel difendere il recinto della singola professione e
succubi del modello associativo degli Ordini professionali. Pensano
in questo modo di difendere il valore della competenza e non si
accorgono di essere semplicemente portatrici dell’ideologia del
professionalismo. Un’ideologia, dice un illustre sociologo, “tipica
delle persone che hanno bisogno, per vivere, di avere un’alta
considerazione di se stesse”. Certe volte noi di ACTA abbiamo difficoltà
a far capire che questo è il modello associativo contro il quale ci
battiamo. Contro di esso noi proponiamo un modello di rappresentanza
“trasversale”, in grado di battersi per gli interessi comuni di tutte le professioni,
di tutto il lavoro professionale. Molti pensano invece che la nostra
principale preoccupazione sia quella di distinguerci dal sindacato
operaio, dai sindacati confederali. Noi invece vogliamo smantellare un’ideologia che imprigiona la middle class
e la mette alla mercé dell’attuale sistema capitalistico e nel far
questo ci ispiriamo a culture, come quella del mutualismo, proprie del
movimento operaio. I sindacati confederali (oltre a crearci dei
problemi sul fronte dei contributi previdenziali) non hanno ancora
capito il senso della nostra battaglia sul fronte dei modelli
associativi del ceto professionale. Per quanto riguarda poi la Sinistra
istituzionale, la vicenda della Torino-Lione e dei No Tav dimostra
ancora una volta il suo legame indissolubile con gli interessi dei
gruppi che vivono di commesse pubbliche per la costruzione di grandi
infrastrutture e quindi la sua subalternità a un modello di sviluppo che
ha già rovinato la Spagna. Sulla riforma del mercato del lavoro ACTA ha
avanzato una sua proposta, ma avrà qualcosa da dire anche sulla fase 2
del governo Monti. Se il destino del nostro Paese si gioca sulla knowledge economy e sulla cultura, la nostra piccola esperienza, la vostra, dovranno contare sempre di più.
1. Interessanti
a questo proposito le due indagini sugli sbocchi professionali dei
laureati degli ultimi anni accademici in undici università lombarde
condotte dalla Camera di Commercio di Milano, v. www.formaper.it/files/lavoro-laureati_tempo_crisi.pdf.
2. La ricerca si può scaricare dal sito www.mbres.it,
viene ripetuta dal 2002 ed è effettuata sui bilanci di un campione di
più di 2000 imprese. Le tabelle citate sono la 6 alla pagina XL e la 17
alla pagina LIII.
3. Per un maggiore approfondimento del “modello tedesco” rimando al capitolo terzo di Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro, di D. Banfi e S. Bologna, Feltrinelli, Milano 2011.
4
L’ostacolo principale, ancora una volta, è la mancanza di capitale di
rischio, il cosiddetto “Round A”; abbiamo le idee ma chi ha i soldi non
ce li mette. The 2nd annual Global Co-Working Survey 2011/2012.
5. Proposta ACTA per il lavoro professionale autonomo, 23.2.2012, su www.actainrete.it.

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